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Biografia

 - ADRIANO VELDORALE

Adriano Veldorale nasce a Pistoia nel 1976.

Artista autodidatta, da anni porta avanti una continua ricerca stilistica, che sperimenta l'accostamento cromatico e semantico di materiali diversi, come marmo, acciaio, ferro, legno, resina. Nella sua sperimentazione di forme e materiali, indaga e restituisce con forza vibrante una personale lirica dell’Io contemporaneo.

 

 

Vince il Fiorino d'Argento per la sezione scultura del Premio Firenze 2014 ed espone l'opera Intoccabile nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio durante la cerimonia di premiazione.

Nel 2015 partecipa al progetto “Vitamine, Tavolette energetiche” ideato da Carlo Palli con la realizzazione del catalogo, e la mostra collettiva in vari musei fra cui: il museo del Novecento a Firenze, il museo GAMC di Viareggio, il MART di Rovereto e molti altri. 

Nel 2016 partecipa, con l'opera "Intoccabile” a "Viva Italia", mostra collettiva presso la Galleria Civica, Palazzo Pálffy Bratislava. Con il patrocinio del Ministero della Cultura della Repubblica Slovacca, Marek Maďarič, il patrocinio del Sindaco di Bratislava, Ivo Nesrovnal, in collaborazione con l'Ambasciata Italiana in Slovacchia, Robero Martini e l'Istituto Italiano di Cultura, Antonia Grande.  Collettiva e Catalogo che ripercorre sassant’anni di storia dell'arte italiana del XX e XXI secolo, attraverso le opere più significative di 98 artisti fra i più importanti della scena nazionale e internazionale come Sandro Chia, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Alighiero Boetti, Enrico Baj, Franco Angeli, Mario Schifano, Michelangelo Pistoletto, Mimmo Rotella, Emilio Isgrò, Vincenzo Agnetti, Guglielmo Achille Cavellini, Zora Music, Giuseppe Spagnuolo, Franco Vaccari, Roberto Crippa, Nanni Balestrini, Eugenio Miccini e altri ancora.

“Se si volesse codificare l'attività artistica di Adriano Veldorale in una semplice espressione, si dovrebbe parlare di arte di riscatto e di liberazione da una condizione umana oppressiva e limitante. Le sue opere, frutto di una sofferta e maturata presa di coscienza delle infinite possibilità espressive e comunicative dell'arte, diventano graffianti testimonianze della difficoltà di far emergere una personalità sensibile ai temi più profondi del vivere, ma rimasta a lungo soffocata dalle attività del quotidiano e relegata in una posizione nascosta e inaccessibile.
Per questo la sua attività nasce come “urlo che stride” per rivendicare tutte quelle emozioni, sentimenti e idee, che per troppo tempo sono rimaste nascoste sotto l'apparenza di un vivere usuale e talvolta mortificante, ma diventa anche “frammento di luce” per guidare l'artista verso nuove conquiste e nuove esperienze artistiche e umane.”
                                                                                   

                                                                                                      dott.Andrea Bolognesi

Opera "Confine"

“Come sempre da parte di Adriano Veldorale un'opera affascinate. Complimenti all'artista per essere riuscito a rinnovarsi pur mantenendo i tuoi stilemi classici (che trovo sempre molto interessanti). Un'opera che prima ti colpisce, poi ti interessa e poi si lascia guardare come un' intelligente riflessione sull'arte. Bravo Adriano, i miei complimenti.”
                                                                                                     

                                                                                                     dott.Filippo Giorgi 

 

 

 

“...Non è facile essere personali oggi in scultura, perché la scultura non offre tutte le possibilità di variazione della pittura....      

 ....Questi straordinari accostamenti, pietra, ferro, legno che collimano, non è facile dare una forma univoca a elementi così diversi, ma lui ci riesce perché ha una sua capacità artistica non qualunque...”

 

                                                                                                  dott. Daniele Menicucci

 

Ho conosciuto Adriano Veldorale un pomeriggio di fine estate nel suo atelier, e di quel luogo subito mi ha colpita l’atmosfera da officina rinascimentale che vi si respira, una suggestione evocata dai materiali che l’artista utilizza, quali legno di cipresso e d’ulivo, marmo, terracotta, pietra, ma anche dalla ricerca umanistica che le sue opere portano insita, con quella proporzione che rimanda alla perfezione della sfera, raffinato richiamo a quell’armonia del corpo e dello spirito che Platone identificava nella Bellezza. E un fine umanesimo sottende alla realizzazione delle sue opere, sensibile alla necessità di indagare le tematiche profonde dell’esistenza, troppo spesso ignorate, perché l’esistenza stessa si è trasformata in un banale caos d’immagini, suoni, atteggiamenti, che relegano l’individuo a mero comprimario di logiche a lui lontane, estranee alla sua dimensione di essere dotato di libero arbitrio. E per riappropriarsi delle proprie radici di uomo, Veldorale inizia la sua ricerca partendo da materiali “primitivi”, quali pietra, legno, ferro, quelli che hanno accompagnato da sempre il cammino evolutivo della specie, che gli hanno permesso di affinare lo spirito d’osservazione, la manualità, il senso di appartenenza a una realtà composita, e la consapevolezza di poter modellare questa stessa realtà, di imporle il proprio volere, affermando il suo arbitrio di uomo. Un sottile senso onirico si aggiunge a questo approccio di stampo illuminista, come se l’artista scolpisse in poesia anziché in prosa, nel senso che le origini del suo individuo hanno comunque radici soprannaturali. Una poesia, che, svelando il lato dell’uomo, ne svela anche la fragilità, quel suo continuo guardare all’alto, al cielo, per sentirsi più completo.

In quella che si può definire una ricerca psico-antropologica, Veldorale si spinge nell’interiorità dell’uomo, estrapolando dalla materia le emozioni, le pulsioni e le paure dell’animo, che, per essere seriamente “ascoltate” e conosciute, richiedono silenzio, solitudine, pazienza, umiltà. Condizioni che una sintomatica coincidenza vuole siano richieste anche dall’arte della scultura, da cui emerge l’umiltà con la quale l’artista si avvicina alla materia, ne studia la duttilità, ne asseconda l’andamento, fino a imporle la sua volontà, ovvero quella forma compiuta che, sorretta dall’estetica, esprime pensieri e concetti.

Sovente Veldorale accompagna le sue opere con brevi scritti, in versi o in prosa, che fissano sulla carta quelle impressioni precedentemente fissate sulla pietra, il legno, il ferro. 

Volendo descrivere per sommi capi la produzione artistica di Veldorale, cinque opere ci sembrano emblematiche del suo sentire.

La grande sfera realizzata con filo di ferro e chiodi, Intoccabile, racchiude una figura di uomo, in filo di ferro lucido, sospesa su una sorta di trespolo. Quella sottilmente inquietante armatura metallica, così fitta da lasciare intendere di non poter essere penetrata, è allo stesso tempo effimera perché discontinua, traspirante sensazioni e riflessioni. Veldorale trasferisce alla materia la metafora dei limiti dell’uomo in termini di conoscenza dell’altro, nel senso che, come spiega lui stesso “La figura vuole rappresentare il nostro animo che non può essere raggiunto, toccato fisicamente, custodito all'interno della rigida trama di chiodi, fortezza della più intima identità umana”.

Un approccio umanistico di gusto pirandelliano permea anche il suggestivo volto umano scolpito nella grigia pietra del Monteferrato dalle sfumature verdastre. Non sono quello che sono, un volto solcato da rughe in parte dovute al tempo che scorre, in parte dovute all’angoscia esistenziale di uscire dalla maschera dell’equivoco, per rivelarsi agli altri nella sua verità. Nel breve scritto dal taglio poetico che accompagna l’opera, l’artista scrive un verso particolarmente evocativo “non sono questa prigione”, riallacciandosi alla complessità concettuale della produzione michelangiolesca, ed esprimendo il desiderio d’infinito.

Il suggestivo Dark Side, una scultura ottenuta assemblando pazientemente minuscole lamine di ferro a formare una semisfera - che si potrebbe identificare con una mezza luna -, Una figura umana, che spicca per contrasto cromatico, se ne sta seduta sulla sommità di questa inquietante massa scura, e si affaccia idealmente sull’abisso oscuro della conoscenza, che, per estensione, diviene l’infinito stesso. In un’opera del genere, si tocca l’essenza spirituale e intellettuale dell’uomo, in quella continuità filologica che caratterizza la produzione dell’artista.

E ancora, Veldorale esplora uno dei miti più affascinanti della civiltà arcaica, quello di Icaro coraggioso sognatore sprezzante del pericolo, e lo coglie nell’attimo appena precedente alla caduta, quando, “bello di fama e di sventura”, per citare Foscolo , sfiora quell’essenza divina che ha vagheggiato, librandosi nel cielo infinito. Una caducità suggerita dalla delicata presenza delle foglie d’acero, anch’esse prossime a essere spazzate via dal vento d’autunno, quello stesso cantato da Giuseppe Ungaretti.

Tale è la forza espressiva della scultura di Veldorale - che emerge dalla durezza arcaica della pietra, del legno, del marmo -, da richiamare alla mente i principi dello stoicismo, per il quale, in estrema sintesi, la fisica è quella parte della filosofia che indaga il modo in cui sono per natura le cose e i legami che intercorrono tra esse. Il mondo manifesta la presenza in esso di due principi, uno attivo e uno passivo. Riprendendo probabilmente alcune analisi aristoteliche, gli stoici identificano il principio passivo con la materia, mentre il principio attivo agisce su di essa come causa efficiente che conferisce la forma. Se l’arte è un principio attivo, lo è nel caso di Veldorale, che conferisce alla materia non una forma vuota, bensì una forma densa di significati, sensazioni, timori e speranze.

Uno sguardo contemporaneo avvolge Niqab, volto di donna velato, eseguito in ferro e pietra, a simboleggiare tutta la pesantezza di quella stoffa che, da segno di devozione, troppo spesso diviene simbolo di oppressione. Denunciandolo, Veldorale richiama da un lato l’attenzione sulla piaga delle violenze subite da tante donne nel mondo, e dall’altro ci comunica la sacralità della donna, quale essere vicino alla divinità, dotato di saggezza e delicatezza, quasi una sorta di novella Madre Terra dell’età antica.

Osservando attentamente i volti e i corpi cui l’artista dà vita, senza che quasi ci se ne accorga il pensiero si volge verso quei Miti inquietanti cantati in prosa poetica da Blaise Cendrars, (l’inappartenente e tormentato autore di origini svizzere), personaggi legati a un immaginario onirico e arcaico insieme. È la bravura di Veldorale sta nel saper infondere alla figura umana quel carattere mitico e soprannaturale che forse l’umanità primordiale ha per un attimo posseduto.

                               

                                                                                                          Dr. Niccolò Lucarelli

   "BeneBiennale" Prima Biennale Internazionale di Arte di Benevento

   Menzione speciale della giuria

   "Per il suo modo di concepire e realizzare quella soglia che divide il sogno e la realtà,

   quel filo sottile che ci accomuna e allo stesso tempo ci allontana, quella riflessione

   profonda sul valore della vita e il rovescio della medaglia, nella rappresentazione di un

   “profondo” che svela la fragilità umana."                                                             

                                                                                                        dott.ssa Giuliana Iannotti